Too Hollywood to Fail
Come le grandi banche durante la crisi del subprime nel 2008, anche Hollywood ha le sue istituzioni che non possono fallire. E non sono gli studios (la veneranda Paramount è stata appena inghiottita da Warner Brothers) ma i premi, protagonisti della sempiterna Award Season, la stagione dei premi e delle feste che culmina con gli Oscar, quasi scomparsa durante la pandemia e che vuole tornare ad essere rilevante perché, senza i premi, Hollywood farebbe molta fatica a pubblicizzare il messaggio di fabbrica dei sogni che la distingue dagli anni venti.
E così, inizialmente dati per finiti sotto i colpi del politicamente corretto e della California woke nel 2022, ecco alzarsi dalle loro ceneri i Golden Globes, il premio più divertente (merito dei litri e litri di Champagne che circolano durante la premiazione e già dal momento dell’arrivo delle star), e sicuramente il più controverso di Hollywood.
Nato negli anni quaranta e assolutamente irrilevante per decadi, divenne il precursore ufficioso degli Oscar dagli anni sessanta, quando i diritti televisivi vennero acquisiti da una serie di stazioni locali, per poi culminare con un contratto perpetuo a otto cifre (all’anno) con la NBC attraverso la Dick Clark Productions, un’istituzione tra i media americani.
Eppure, non è bastato per un semplice motivo. L’organizzazione “casereccia” dei Globes rimase tale, un gruppo di settantacinque giornalisti stranieri, ad escludere quindi chiunque lavorasse per una testata USA, giornalisti che dovevano essere residenti a L.A. (in modo da tagliare fuori gli inviati delle grandi testate straniere), e che rappresentavano i loro paesi innanzi tutto (peccato che molti dei giornali per cui i membri lavoravano sparissero nel corso degli anni, portando alcuni di loro a diventare inviati per riviste di linee aeree, ma escludendo ogni testata online), e risultando in una bouillabaisse di personaggi letteralmente da film: dalla presidente ultraottantenne che non rivelava l’età come un satrapo orientale, alla miss “sistemata” con un ricco produttore che l’aveva imposta come inviata di un giornale che nessuno aveva mai sentito nominare, all’ex venditore di elettrodomestici improvvisamente munito di passi per tutti gli studios come corrispondente di una testata che vendeva qualche migliaio di copie in paesi con miliardi di abitanti. Tutti lo sapevano, ma pecunia non olet e, soprattutto ai tempi in cui i film erano finanziati grazie alla prevendita dei diritti fuori dagli USA, la notorietà delle star all’estero valeva oro.
La Hollywood Foreign Press, o HFP, divenne nota soprattutto per i suoi membri, molti ex camerieri totalmente spiantati che viaggiavano a spese degli studios nei quattro angoli del globo, che utilizzavano i buffet delle prime dei film per mettere insieme il pranzo con la cena, i cosidetti junket, e che avevano accesso continuo alle star e agli studios (con regali a cinque cifre). Una quisquilia, perché con solo 75 membri i voti erano comprabilissimi, e soprattutto nel giro di pochi anni la macchina pubblicitaria degli studios fece dei vincitori i front runner per gli Oscar: un aiuto enorme alle migliaia di membri dell’Academy, con oltre diecimila votanti, che sono spesso ottuagenari vincitori fuori dal giro e che non vanno al cinema da decadi, e che votavano per gli Oscar secondo le vittorie dei Globes.
Ma come tante cose anche la HFP saltò in aria con la pandemia. In realtà i primi segnali si videro nel 2015: la HFP cercò di rinegoziare il contratto perpetuo con NBC e Dick Clark Productions per guadagnare di più, perse un semi sconosciuto fondo, entrò in Dick Clark Productions e pagò le spese legali a otto cifre della HFP.
Nel 2017 il Me Too passò come acqua fresca, anzi Stallone, nel mirino di decine di accusatrici, si portò a casa un Globe come miglior attore, e nessuno prese le distanze da Harvey Weinstein (che aveva “indicato” quali dei suoi film dovessero vincere per anni).
Nel 2020 il primo colpo di grazia: la causa di una giornalista norvegese che accusava i Globes di violazioni delle leggi antitrust, dato che impediva l’accesso a Hollywood a giornalisti stranieri qualificati, non poté essere messa a tacere perché fu impossibile controllare i danni all’immagine dei Globes con meeting virtuali (essendo la maggior parte dei membri ben oltre l’età della pensione, nessuno volle rischiare la sua salute per incontri di persona, e pochi diedero il giusto peso alla causa perché la HFP era stata oggetto di dozzine di cause tutte senza successo).
Il colpo finale lo diede il movimento Black Lives Matter nel 2021: il Los Angeles Times, da sempre alleato della HFP, passò su posizioni radicali e pubblicò un’inchiesta da cui risultava che non vi erano membri di colore (niente di sorprendente, perché molti giornalisti africani e caribici manco potrebbero prendere il visto per entrare in USA, figurarsi trasferirvisi per scrivere di Hollywood!).
La HFP tentò di parare il colpo ma il “funzionario per la diversità” dovette dimettersi anche grazie alle esternazioni dei membri che inveirono contro Black Lives Matter; in testa a tutti un ex presidente sudafricano che chiamò l’organizzazione per la tutela dei neri (poi caduta in disgrazia quando i suoi dirigenti si dimostrarono più corruttibili di un funzionario aeroportuale moldavo!): “un’odiosa organizzazione razzista”, concetto poi prestato a Donald Trump. La NBC si rifiutò di trasmettere la cerimonia nel 2022 ed i premi vennero assegnati via Twitter.
Ma come in un film a lieto fine, dopo essere stata data per spacciata una mezza dozzina di volte, nel 2023 arriva il cavaliere bianco che salva la HFP. Il finanziere Todd Boehly insieme al Penske Media Corporation, che già controllano CBS, la Dick Clark Production ed il famoso trade paper Hollywood Reporter, comprano la HFP e la rivoltano come un calzino, a beneficio delle loro tasche. Prima salta la HFP, che non è più una nonprofit ma una società di capitali; la nonprofit e solo parte delle sue attività a otto cifre, vengono separate e non se ne è saputo più nulla fino alla cena di beneficenza annuale che è avvenuta nel weekend dei Globes. Poi salta il sistema dell’associazione. I membri salgono a trecento con un occhio alla “diversità”, e i vecchi membri vengono messi di fronte ad una alternativa: diventare dipendenti della HFP promuovendola per settantacinque mila dollari l’anno (stipendio da fame a LA, anzi ben sotto la soglia di povertà per una famiglia di quattro persone), o andarsene.
Molti tornano alle rispettive - non ben chiare - attività pre Globes all’estero (dal Bangladesh alla Svezia, il cui rappresentante aveva passato le carte per la causa alla giornalista norvegese), e vengono sostituiti da altri membri, alcuni solidi (tra i primi il nostro Paolo Mereghetti, non un giovanissimo, ma un’istituzione), altri perfetti sconosciuti con biografie di due righe (e residenti di paesi dove settantacinquemila dollari sono soldi!) che neppure la “vecchia” HFP avrebbe ammesso con mega raccomandazioni. Poi, per movimentare le cose, cambiano anche i premi aggiungendo un premio per il miglior risultato di cassetta, cosa a dir poco strana perché il migliore di cassetta è chi ha fatto più soldi (Barbie in questo caso) essendo l’incasso un fattore obiettivo, non soggettivo come quello di tutti gli altri premi.
Ma poco importa, il presentatore è stato scelto all’ultimo minuto, segno che fare soldi ed essere politicamente corretto non è facile neanche ad Hollywood. È Jo Koy, ed è ancora meno rilevante che Jo sia sconosciuto all’estero per un premio che dovrebbe avere sapore internazionale: dopo tutto, lo scandalo è scoppiato perché una associazione con membri che devono essere giornalisti stranieri, non aveva nessun afroamericano tra questi e il 30 e più percento di minoranze nell’associazione non valsero nulla, perché non erano “abbastanza americani”.
Jo, un comico ben noto in USA, è filippino (minoranza svantaggiata tra gli asiatici) e ha audience principalmente bianca, quindi è una gemma del politicamente corretto.
Poi, non ha né l’accento snob dell’inglese Ricky Gervais, che ha presentato numerose volte esordendo nel suo monologo con “mi butteranno fuori dopo questa presentazione, quindi dirò quello che mi pare” (per ritornare puntuale), né gli accenti incomprensibili della maggioranza dei membri della HFP, che è un grande risultato perché il settanta per cento degli americani non ha mai interagito con uno straniero e pensa che chi ha un accento quando parla inglese sia stupido o snob o entrambi, secondo il paese da cui viene.
Penske e Dick Clark han fatto tutto in casa: la CBS da loro controllata insieme a Paramount in streaming (dopo il rifiuto della NBC e degli streamers come Netflix e Hulu, perché il cachet chiesto era troppo alto) si è “aggiudicata” i diritti di trasmissione per 10 milioni di dollari, meno della metà di quanto pagava la NBC degli anni duemila. Ma l’audience del 2023 era stata 6,3 milioni, contro gli oltre 20 milioni del 2019.
Chi vince sarà irrilevante, questa volta molti lo sanno ma pochi lo dicono e sperano in un ritorno almeno apparente alle glorie del passato, dopo gli scioperi dell’estate che hanno quasi distrutto Hollywood.
Spiccano oltre a Barbie, il rivale Oppenheimer (sono usciti insieme nell’estate, stagione delle prime in USA, perché nessuno va in vacanza e tutti si chiudono nell’aria condizionata dei cinema), il vincitore di Venezia, Poor Things, e il terzetto Scorsese, De Niro e DiCaprio con Killers of the Flower Moon, oltre a Io Capitano, che già ha fruttato a Garrone la short list per gli Oscar.
Invece, quello che farà o disferà i Golden Globes sarà l’audience da casa: chi si sorbirà le tre ore (più due di tappeto rosso) di trasmissione quando la fatidica share di audience dei 19-35enni per il settanta per cento vede tutto nei social e non in televisione? Se chi guarderà i Globes saranno solo i coetanei del Mereghetti, il 2024 potrebbe essere l’anno della pensione “all’italiana” per il premio, al compimento del suo ottantunesimo compleanno.