Venezia in sordina

Apre e chiude Venezia, quasi senza star a causa dello sciopero di attori e sceneggiatori di Hollywood.
Si comincia dalla scomparsa di Challengers di Luca Guadagnino, uscito dalla competizione a causa della scioperante Zendaya, principale star del film.

Viene sostituito da Comandante di Edoardo De Angelis con Pierfrancesco Favino, la storia del comandante del sommergibile Cappellini che, dopo aver colpito un mercantile belga, ne salva l’equipaggio contravvenendo all’ordine di abbandonare i naufraghi in quanto di paese nemico.

Film italiano, storia italiana: Favino approved!

Favino, abilmente, usa il palcoscenico per trattare uno degli argomenti a lui cari (già toccato al Festival di Tribeca lo scorso luglio): perché devono essere americani o inglesi ad interpretare personaggi italiani, che vengono sconvolti da attori che hanno una familiarità con il nostro paese non molto diversa dall’americano medio, e cioè quella basata sull’emigrato meridionale che va “allAmerica”?

Favino cita il film che è uscito a Venezia in anteprima fuori concorso, Ferrari, dove il regista Michael Mann (il creatore di Miami Vice e di altri successi commerciali), ha selezionato Adam Driver per interpretare il Drake e, come in House of Gucci, ci rifila un belloccio americano ben truccato che parla inglese come un cameriere, un po’ come se Favino interpretasse un cowboy nel suo ranch in Texas senza doppiaggio.

Adam Driver nei panni di Enzo Ferrari. Ottimo trucco, ottimi costumi, set perfetto a Modena. Manca solo l’interprete.

Driver, a cui del pubblico, del collega, e degli incassi in Italia non frega nulla (a dimostrazione che Favino ha ragione), ignora completamente un’osservazione che, se fatta da un americano, avrebbe preso ore di dibattito, ma Favino non è americano ed è bianco quindi quale “ritorno” nel business del politicamente corretto può portare parlarne?

Invece, si esibisce in una litania pro attori scioperanti a Hollywood, facendo notare come la società di produzione che lo ha scritturato abbia ricevuto un passi dal sindacato e che lui abbia un contratto come quello che gli attori dei grandi studios vorrebbero avere. Cosa importantissima per il suo pubblico americano, e sicuramente più importante di uno sconosciuto attore (a Hollywood) che lo ha tacciato di essere troppo poco italiano.

Anche Michael Mann tace, ma guadagna comunque l’encomio della stampa specializzata per Ferrari, un ritratto tra il pubblico e il privato di Enzo Ferrari quando a Modena arrivò ad un passo dal fallimento nel 1957, quasi una prequel al passato Ford contro Ferrari, altro film sul Cavallino, ma da una prospettiva tutta americana, dove la Ferrari è quasi una comparsa, e senza scuse (e gli italiani sono interpretati da italiani in quel film).

Emma Stone in Poor Things.

Ma veniamo ai vincitori. Leone d’Oro a Poor Things di Yorgos Lanthimos, con una performance unanimemente straordinaria (riuscirà a scalzare Barbie nella corsa agli Oscar?) di Emma Stone come Frankestein femminile, in una commedia dal messaggio femminista, molto più sofisticato di quello della Mattel, come d’altronde Frankestein è sicuramente più profondo della bambola, che bambola non è, interpretata da Margot Robbie.

Matteo Garrone riceve il premio di miglior regista per Io Capitano, dramma sull’immigrazione clandestina visto con gli occhi di un giovane senegalese.
Più completo, e per questo più duro, perché descrive anche il punto di vista dei migranti e di chi se li trova davanti è Green Border, che racconta del ricatto all’Occidente del presidente bielorusso Alexander Lukashenko, il quale nel 2021 decise di mettersi nella tratta degli esseri umani, eliminando requisiti di visto per i paesi asiatici ed africani più disperati, ed organizzando migliaia di migranti (con tanto di pacchetti: volo, permanenza nell’aeroporto di Minsk e viaggio al confine), che vennero spediti in Polonia per destabilizzare il paese dopo l’ennesimo round di sanzioni: azione completamente invana perché i polacchi, capendo che ne andava della loro sopravvivenza, furono tutt’altro che buonisti sulla pelle di chi aveva provato ad entrare in Europa dalla Bielorussia.

Bella Thorne da OnlyFans a Venezie per Priscilla.

Cailee Spaeny vince come miglior attrice per Priscilla, ritratto della moglie di Elvis, e Peter Sarsgaard come miglior attore per Memory (altro discorso sugli scioperi, non sul film).

Alla fine, mancando le star, l’unico triste sostituto sono le turpi performance di Kanye West, denudatosi in vaporetto. In USA sarebbe finito dentro per almeno una notte, salvo naturalmente se fosse stato uno dei senzatetto di San Francisco o Los Angeles che, per definizione e sentenza federale, sono intoccabili. Quasi peggio del film di Roman Polanski, The Palace, non si capisce se una satira dei ricchi mal riuscita, o la prova provata che il grande e controverso regista, passati i novanta, non ci sta più con la testa,

Ed il Festival finisce ancora più in sordina di quanto fosse iniziato, tra voci di accordi sullo sciopero entro metà settembre (o a dicembre Hollywood cesserà di esistere, sentenzia Barry Diller, ex presidente di Paramount), e gli studios sempre meno flessibili.

Ma Hollywood non cesserà di esistere, magari si reinventerà, come fece nel 2008 in occasione dell’ultimo grande sciopero degli sceneggiatori. Fu allora che nacquero i reality. C’è chi teme che il reinventarsi significherà transferirsi in stati meno amichevoli ai sindacati e più pro business, e pro intelligenza artificiale, prolungando o endemizzando la crisi della California. Chi vivrà vedrà. Ma, anche se vincessero gli studios e le sceneggiature diventassero un prodotto dell’AI, nessuno si sogni che i personaggi italiani siano altro che spaghetti (la pizza l’hanno inventata a Brooklyn), mafia e mandolino.
Dopo tutto, anche i robot USA vengono dal profondo degli States.