Vitriolo senza oro ai Golden Globes
La pandemia si scioglie (per ora) nella primavera di febbraio, e lo show deve continuare. La bolla di Hollywood è fatta di diamanti, impermeabile a tutto. Il Covid, chissenefrega, tanto le celebrities si stanno vaccinando di nascosto grazie a contatti con medici israeliani e iraniani che hanno inspiegabilmente dosi del vaccino in studio.
Kim Kardashian? La regina dei reality sta divorziando e ha messo su peso, ma ha concesso un’altra stagione al piccolo schermo. Los Angeles progressista sembra sempre di più Città del Messico, e le scene dal bastione conservatore del Texas ricordano Sarajevo sotto assedio, gli alberi abbattuti per farne legna e le cisterne di acqua potabile per le strade (i cecchini ci sono anche a San Antonio, dove ci sono più armi che abitanti, ma per ora rimangono tranquilli). Ma lo show deve continuare ed ecco allora puntuali (sulla tabella Covid, in realtà in ritardo di quasi due mesi), ma a due mesi dagli Oscar, i Golden Globes.
Nominations che improvvisamente sono diventate per lo più assolutamente inutili, salvo che per mantenere le promesse fatte da alcuni membri agli studios (ed in particolare a Netflix, che ha capito subito come va il mondo nonostante sia nuovo nell’ambiente) in cambio di pasti gratis, inviti a feste dove se fossero comuni cittadini la maggioranza dei membri non verrebbe ammessa manco come lavapiatti o parcheggiatori e vacanze gratis per tutti (a Parigi…maggiori particolari a breve!).
Chi lo dice? Non più un paio di giornalisti sconosciuti che appaiono e scompaiono appena prima dei Globes, ma la prima pagina del Los Angeles Times in un articolo a quattro colonne (la posizione dei pezzi di giornalismo investigativo che vincono il premio Pulitzer) e tutti i trades, i quotidiani specializzati di Hollywood e persino l’austero e pro-Hollywood New York Times. Leggi qui
Come mai Hollywood ha deciso di mandare alla gogna uno degli Award più “simpatici”? L’unico dove le star volessero partecipare per divertirsi, non perché glielo chiedeva il loro pubblicista, o agente?
In realtà parte tutto dal Covid. Mancando la parte mondana, che tutti hanno ormai capito tiene in piedi il carrozzone di Hollywood e dei suoi insider, questi, anche intelligenti e abili - ma spesso e volentieri vapidi, autoreferenziali e poco intelligenti - piuttosto baciate dalla fortuna, hanno due credi: apparire e guadagnare. Il secondo si riesce a fare a malapena. Il primo ormai manca, ed è quello che però le consacra al pubblico che le segue e della cui attenzione hanno bisogno tanto quanto degli sghei.
Nel momento in cui Hollywood non può apparire ai party, alle prime, alle feste, deve trovarsi un altro modo per mostrarsi: sposare cause all’apparenza etiche e illibate per ottenere il consenso del pubblico diventa quindi la nuova misura di celebrità.
Ed i Globes non ci stanno in questo nuovo mondo. Primo perché quasi nessuno dei membri è americano, ma non è neanche un immigrato (e quindi un pari dei giornalisti USA), inferiore fino alla prossima generazione. E poi chiaramente è impossibile parlare di diversità, perché per definizione gli stranieri non contano come minoranze.
Per esempio: il figlio di un tassista di Città del Messico che riuscisse miracolosamente a mandare il figlio a UCLA con un visto dovrebbe pagare 50 mila dollari di retta scolastica all’anno e il ragazzo non avrebbe diritto a borse di studio per l’intera carriera scolastica. Se però quello stesso tassista entrasse illegalmente in USA e iscrivesse il figlio a UCLA, quest’ultimo avrebbe diritto alle tasse universitarie dei residenti in California - che sono sempre diecimila dollari l’anno - ma anche alle borse di studio!
Così i Globes diventano un rifugio di “privilegiati europei”, “senza competenza”, di “corrotti”, “senza etica”, “evasori fiscali”, “manco dei giornalisti” (non vero almeno per due degli italiani), e “mangiatori a sbafo” ai party.
La caccia alle streghe con cui Hollywood aveva banchettato fino al giorno prima comincia più di un anno fa lontano dalla pandemia, con due personaggi tra i meno probabili per un attacco con l’arma termonucleare.
Kjiersti Flaa
Una giornalista norvegese, Kjiersti Flaa, nota star di un programma online, fa causa alla Hollywood Foreign Press per violazione delle norme antitrust, sostenendo che l’associazione non è una non profit, ma un cartello di giornalisti non qualificati che, attraverso i fondi di un contratto a otto cifre per i diritti televisivi dell’Award, si mantiene e ottiene favori dagli studios (e ora dagli Streamers).
Ci avevano provato altri, ma Kjiersti ha un alleato, un mole che le passa tutti i documenti incriminanti: il suo fidanzato! Un pacifico cinquantenne svedese membro della associazione (chiaramente mal consigliata da legali che paga mille dollari all’ora, dato che costui non ha un accordo di riservatezza). Kijersti fa causa a tutto e tutti, finisce sui trades, e - si mormora - causa un fatale infarto al povero Lorenzo Soria (uno dei pochi veri giornalisti della Hollywood Foreign Press), bersagliato nella causa come una sorta di capo di tutti i capi nell’organizzazione della corruzione.
Lorenzo Soria viene però vendicato. I principi del foro dello studio super costoso, ma anche super introdotto, Latham & Watkins, ottengono una vittoria nel tribunale federale di prima istanza.
Tornando invece ai film candidati, si salva a malapena Nomadland, storia di viaggiatori in USA a metà tra drifter (cioè senza casa in movimento) e pensionati in giro sui camper. Passabile Minari, storia che serve a tenere su l’ormai evaporato eccezionalismo americano, dove gli immigrati sono tutti bravi e si accontentano di stare ai margini della società pur di venire in America per i loro figli.
Ma nessuno dice che la Corea degli immigrati di Minari è scomparsa, e produce più auto degli USA, mentre l’America dell’Arkansas, dove per i bianchi poveri gli asiatici sono tutti dei “maledetti Giap(ponesi)”, è viva e vegeta e la sua nemesi “progressista” è fatta di neri poveri che la pensano esattamente come i loro compatrioti bianchi.
Hanno fatto scalpore le due nomination di Netflix per Emily in Paris, solita storia della ragazzotta americana che diventa sofisticata (a modo suo) vivendo per un anno nella capitale francese, mostrata su misura per il turista medio americano. Il Los Angeles Times ha infatti rivelato che dozzine di membri della HFPA sono stati invitati sul set del programma per una settimana, con soggiorno pagato al Peninsula Hotel 1500 dollari per notte. Gli stessi membri, sei mesi dopo, in piena pandemia, chiedevano (altre email rivelate dall’L.A. Times) al presidente Soria di inventarsi delle “borse di studio per giornalisti” e passare loro soldi per sopravvivere.
Il rogo è acceso, godiamoci l’ultimo Golden Globe prima del Sabba e diluvio, anche se nessuno verrà invitato al party, salvo che in maniera virtuale!
E poco ce li siamo goduti. Party zero, la polizia non ha neppure bloccato le vie intorno al Beverly Hilton, vuote da mesi, che rimane desolatamente sfitto, salvo che il salone delle feste con poche decine di persone.
Le presentatrici (Tina Fey a New York e Amy Poehler a L.A.), prestate dalla storica serie Saturday Night Live ricordano, in tono un po’ condiscendente, che ci dovrebbero essere dei membri neri nella giuria, mentre tre membri promettono solennemente di fare “qualcosa” mentre pensano con terrore di perdere il loro cadreghino; il pubblico - infermieri ed altri lavoratori essenziali - viene osannato dai presentatori, ma rimane al buio, invisibile ai telespettatori e ai presentatori, che chiaramente chiamerebbero subito la sicurezza se uno di loro si avvicinasse al loro villone; le star sono tutte estremamente poco a loro agio a casa.
Bill Murray parla dal giardino di una mega villa con vista su tutta L.A., ma è vestito come un turista del Nebraska in crociera, ed è altrettanto bollito; più sul pezzo Sasha Baron Cohen che ha portato a casa due Globes per Borat 2 (l’ombra del primo perché il bersaglio dell’ironia e degli sketch non sono tutti gli americani, ma solo quelli di fede Trumpiana, un po’ scontato di questi tempi nel mondo dello spettacolo), con la moglie molto più entusiasta di lui.
Ed il resto è noia, patetici pianti finti, e molti accenti inglesi in stanze di case tutto sommato modeste per chi dovrebbe all’apice della propria carriera.
Oltre a Borat 2, vincono meritatamente Nomadland e - scontatamente - Minari nel cinema (consolazione per Sofia Loren, con Laura Pausini vince per la musica de La Vita Davanti a sé). Nella televisione fa da padrone The Crown. Chiaramente Emily in Paris, pur avendo ricevuto tre nomination, citato dal Los Angeles Times e New York Times, è rimasto a bocca asciutta. Forse perché la ragione delle citazioni era quella sbagliata: il viaggio, tutto pagato per trenta dei novanta membri della giuria a Parigi per una settimana per “visitare il set”!
Alle ventuno tutti a casa, nessun party, neppure un abbraccio o una stretta di mano, e il Beverly Hilton è di nuovo un fantasma. Quasi quasi l’industria petrolifera, o quella farmaceutica, sono più divertenti che il cinema senza lo star system!